Brave chiede al Regno Unito provvedimenti contro Google

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L’azienda Brave, incentrata sulla difesa della privacy, ha deciso di sensibilizzare le autorità di regolamentazione del Regno Unito sul monopolio pubblicitario di Google nello spazio digitale. Con un deposito presso la Competition and Markets Authority (CMA), a Londra, il team di Brendan Eich ha proposto alcune line guida su come neutralizzare l’acquisizione sleale di dati da parte del gigante di Mountain View. E’ indubbio che la mancata applicazione delle norme sulla protezione dei dati consente la posizione dominante di Google. Con la nota presentata al CMA la scorsa settimana, Brave software ha messo in evidenza quelle che considera le lacune della legge quadro:  “Piattaforme online e pubblicità digitale”. La startup di San Francisco sostiene soprattutto che la mancata applicazione delle norme europee ai sensi del regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) permette a Google di detenere il monopolio nel mercato della pubblicità online.

Il CMA, è il dipartimento governativo UK non ministeriale responsabile della prevenzione delle pratiche anticoncorrenziali; l’organo ha già preso in carico e disciplinato una frazione della questione con un suo rapporto nel 2019 e diversi aggiornamenti successivi. La relazione finale, parte di una più ampia visione sul mondo digitale e volta ad affrontare le sfide attuali, dovrebbe essere pubblicata entro il 2 luglio 2020. L’autorità, infatti, ha accettato le argomentazioni dei vertici del browser basato su blockchain.

Il settore della pubblicità online a Londra è cresciuto in modo massiccio, fino a circa 13 miliardi di sterline (quasi 17 miliardi di dollari), ed è tendenzialmente centralizzato. Google nel 2019 ha rappresentato oltre il 90% di tutte le entrate derivanti dal web advertising, con un fatturato di circa 6 miliardi di sterline, mentre Facebook ha avuto quasi la metà di tutti i ricavi dal business delle visualizzazioni, raggiungendo più di 2 miliardi di sterline.

Brave insiste sul fatto che un mercato efficiente, in cui la pubblicità viene acquistata e venduta per numero di impressioni, richiede una protezione dei dati sia interna (informazioni che finiscono sui server) che esterna (dati ricavati da cookies e soprattutto dai tracker nascosti nei codici html dei siti web). L’azienda osserva che il monopolio di Google si basa sui suoi dati interni ottenuti a gratis o sull’utilizzo dei dati personali raccolti dalle sue numerose piattaforme per l’attività pubblicitaria. L’applicazione del GDPR dovrebbe invece “neutralizzare l’ingiusto vantaggio dei dati di Google” e fornire una “separazione funzionale” delle attività di Google.

D’altro canto, i testi dell’articolo 5 del GDPR postulano che “i dati personali sono raccolti per finalità determinate, esplicite e legittime e non devono essere trattati in modo incompatibile con tali finalità“, mentre “l’integrità e la riservatezza” devono essere garantite. Brave ha chiesto anche misure a protezione dei dati esterni, in modo che siano valide per tutti i partecipanti al mercato della pubblicità in Rete.

Nella sua bozza del rapporto finale, che sarà rilasciato a luglio, l’Autorità Garante sembra effettivamente preoccupata per le conseguenze negative delle posizioni dominanti, come per la mancanza di concorrenza che genera il condizionamento delle scelte dei consumatori e prezzi più alti per gli inserzionisti che si traducono in servizi più costosi. Il regolatore sottolinea inoltre che la capacità degli editori di produrre contenuti di valore può essere compromessa dai giganti della tecnologia che ottimizzano al massimo le loro entrate cambiando arbitrariamente gli algoritmi di ricerca delle notizie, avvantaggiando o penalizzando categorie specifiche di publisher.  

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Di Vincenzo Augello