Brave e Google: la guerra infinita contro lo sfruttamento dei dati personali

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Non sono certo una novità le accuse del team di Brave browser al colosso di Mountain View e le affermazioni secondo cui Google viola la GDPR, la più potente legge sulla protezione dei dati di tutta Europa. La squadra capitanata da Brendan Eich sostiene che Google persiste nel mancato rispetto del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (General Data Protection Regulation), più noto con la sigla inglese GDPR, operativo dal 25 maggio 2018.

Brave ha dunque presentato lunedì scorso l’ennesimo reclamo formale contro il suo concorrente, Google, l’ultimo di una campagna pluriennale per provare a rovesciare l’egemonia del gigante della tecnologia. La startup californiana ha uffici a San Francisco e a Londra e sostiene con  Johnny Ryan, Brave Chief Policy Officer, che l’applicazione della denuncia “equivarrebbe ad una sana epurazione funzionale delle attività di Google“.

D’altra parte, là dove la tecnologia di Google raccoglie informazioni sui suoi utenti, Brave, costola del progetto open source Chromium, non tiene traccia dei cookies per impostazione predefinita. Il browser implementato sulla blockchain di Ethereum è di fatto al servizio dell’informazione e di chi informa e i suoi annunci possono far guadagnare criptovaluta con Basic Attention Token (BAT), senza violare la privacy.

Google, per Brave Software inc., ha violato il principio della “limitazione degli scopi“, che richiede alle imprese informatiche di utilizzare i dati solo per scopi prestabiliti: ad esempio, la raccolta di informazioni sulla nostra posizione che viene fatta da Google Fit, la piattaforma health-tracking che consente il monitoraggio della salute sviluppata a Mountain View,  deve essere utilizzata solo per incoraggiare a fare più sport e null’altro.

Il gigante dei motori di ricerca, invece , secondo le prove depositate lunedì da Brave, dispone dei “dati sensibili di tutti“, che “riutilizza tra le sue aziende e i suoi prodotti in modi sconcertanti che violano il principio di limitazione delle finalità“. Brave ha scatenato una guerra contro Google fin dal suo lancio nel 2015 ed è chiaro che se le autorità costringeranno Google a cambiare registro ne guadagneremo tutti, peraltro il 12 febbraio è stata inviata una lettera all’ Autorità britannica per la concorrenza e i mercati, con l’avvertenza che una mancata applicazione del GDPR facilita il monopolio di Google.

Una settimana prima, Brave ha prodotto prove che dimostravano come i siti web di oltre 400 organizzazioni del Regno Unito permettano ad almeno una società privata di rintracciare i visitatori e di carpire le loro attività di navigazione a scopo di lucro. Nel settembre 2019, inoltre il navigatore cifrato ha ufficialmente sostenuto che Google usa pagine html nascoste che inviano mediante tecniche di reindirizzamento –https://– informazioni personali agli inserzionisti, violando tutte le normative sulla privacy.

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Di Vincenzo Augello