Criptovalute di Stato, un cambiamento che nessuno vuole

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In questi ultimi anni qualche Stato ha preannunciato l’intenzione di creare una propria moneta digitale. Persino Christine Lagarde, quando era a capo del FMI, spronava le Banche Centrali verso questo settore, ma a seguito del dietrofront dell’Estonia nel 2017, dopo che aveva provato ad emettere la sua criptovaluta, si è teso ad insabbiare questa possibilità. Ora però, con Libra, la valuta digitale di Facebook e con la Cina che ha dichiarato di voler introdurre lo Yuan digitale entro quest’anno, sembra che altri governi ci stiano ripensando. La Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International SettlementsBIS) ossia la Banca Centrale delle Banche Centrali, sta formando un team con BCE, Svizzera, Inghilterra, Canada, Giappone e Svezia, per studiare questa eventualità.

Mark Carney, governatore della Banca d’Inghilterra, la scorsa estate alludeva alla questione che sarebbe giunto il momento di sostituire il dollaro USA con una nuova valuta di riserva mondiale. Il capo della BoE ha dunque mal celato l’esigenza della istituzione di una Central Bank Digital Currencies (CBDC), cioè di una criptovaluta di Stato.

UN SISTEMA BANCARIO OBSOLETO

Uno dei meriti di Bitcoin è quello di avere messo allo scoperto un sistema bancario superato. Il modo in cui le banche trasferiscono tra di loro somme di denaro non è solo obsoleto ma completamente antiquato e anacronistico. I bonifici interbancari, infatti, soprattutto quelli internazionali, sono movimenti che durano diversi giorni, hanno costi notevoli e penalizzano le esigenze dei mercati del XXI secolo.

Bitcoin, dal canto suo, dimostra di poter veicolare cifre mostruose, superiori al miliardo di dollari, in meno di un’ora e con costi di esercizio inferiori ai 100 dollari USA. Ecco perché le banche più lungimiranti vorrebbero implementare la tecnologia blockchain per regolare i rapporti interbancari, attraverso una rinnovata infrastruttura informatica. Per fare questo però c’è bisogno di un accordo economico o quanto meno di un trattato internazionale come quello di Bretton Woods nel 1944.

PROGRAMMATORI ANONIMI CREANO BITCOIN

Bitcoin è un software Open Source, scritto da un gruppo di programmatori anonimi e pensato da una rete di volontari. Nel tempo si è trasformato in un sistema di pagamento veloce, efficiente e decentralizzato, per cui non ha bisogno di alcuna istituzione di vigilanza e di nessun finanziamento statale. Gli amministratori delegati con Bitcoin finiscono disoccupati, il che a tanti potrebbe sembrare inconcepibile. Tutto questo è senz’altro molto interessante ma porta con sé alcune conseguenze per niente trascurabili. La prima è che il denaro è tenuto da un programma, chiamato wallet, che sarebbe solo nostra responsabilità custodire. La seconda conseguenza, molto più impegnativa della prima, è che le banche chiuderebbero in massa. I wallet, infatti, si interfacciano direttamente con i server della Banca Centrale, per cui gli intermediari (banche secondarie e fornitori di servizi finanziari) non avrebbero alcun ruolo. I pagamenti si avrebbero direttamente tra i cittadini, tra il conto corrente del cliente e quello del commerciante.

Sarebbero ridotti i costi di transazione e niente più pericolo di fallimento della propria banca di fiducia. Un’affermazione a livello globale di Bitcoin costringerebbe alla rapida chiusura di migliaia di imprese con migliaia di dipendenti che finirebbero senza lavoro, compresi gli amministratori di nomina politica e gli amici degli amici. Tutti a casa, salvo quelle poche banche che resterebbero a galla per concedere mutui e prestiti. In poche parole, oggigiorno c’è tanta tecnologia in ballo, e si farà molto a livello empirico, peraltro tanti esperimenti sono già stati fatti e qualcosa succederà senz’altro, tanto per accontentare qualche nerd e creare fumo, ma una vera criptovaluta sarà difficile che venga emessa in futuro, troppe le conseguenze per la casta. (Di Vincenzo Augello).