Ecco perché Brave sta disabilitando i FloC di Google

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Google intende fare a meno dei cookie di terze parti, ma allo stesso tempo sta lavorando per incrementare il giro d’affari derivante dalla pubblicità, sul quale il colosso di Mountain View fa grande affidamento.

I cookie per lungo tempo sono stati lo strumento principale per cui aziende come Google forniscono agli inserzionisti una base pubblicitaria in grado di monitorare gli interessi e i siti che gli utenti visitano, in modo da poter personalizzare banner e annunci pubblicitari. Il tracciamento dei cookie però è invasivo, così Brave ha iniziato a bloccarli per impostazione predefinita.

Google, da parte sua, propone il sistema dei FLoC dove, anziché schedare i singoli utenti formerà vaste classi di utenza, le cosiddette coorti, nelle quali le persone che navigano sul web vengono inserite in gruppi sulla base della cronologia di navigazione e del tema delle pagine che visitano. Pertanto, secondo la Big Tech statunitense, i FLoC proteggeranno la privacy perché l’utente si ritroverà a far parte di un gruppo che comprende migliaia di altre persone e perchè diventa più difficile di prima tracciare l’utilizzatore della Rete.

Per il team Brave software è un passo nella direzione sbagliata

Dal sito ufficiale della startup guidata da Brendan Eich, si legge a chiare lettere che il metodo dei FLoC è una recente proposta di Google che vorrebbe che ogni browser condividesse il comportamento di navigazione e gli interessi privati di default, con ogni sito e inserzionista con il quale si interagisce.

La società californiana, dunque, si oppone nettamente ai FLoC, in quanto sono progettati per diffondere dati e tendenze delle persone senza consenso. Per proteggere gli utenti Brave sta disattivando i FLoC nella versione Nightly per desktop e Android.

Le funzioni tecniche dei FLoC che potranno condizionare la privacy non sono mai attivi su Brave, e i dettagli di implementazione che aggiungono FLoC saranno rimossi questa settimana da tutte le versioni del primo browser costruito su blockchain.

Peraltro, il CEO Brendan Eich fa notare che a fronte del successo degli strumenti privacy-first e della crescita della legislazione in merito, tra cui il CCPA e GPDR, è deludente vedere Google che invece di cogliere l’opportunità per progettare e costruire un nuovo Web user-first e privacy-first, propone una serie di micro-cambiamenti ad-tech di tipo conservativo, che danno esplicitamente la priorità al mantenimento della struttura pubblicitaria online come Google la vuole.

In realtà, trasformazioni davvero profonde nel modo in cui anche i creatori di contenuto sono ora ricompensati con gli annunci, non solo sono possibili ma necessari, spiega la società open source con sede fisica a San Francisco. Le ambizioni dell’ecosistema di advertising fondato su Brave rispetta infatti la privacy, mantiene e migliora le prestazioni, supportando siti e utenza, il che dimostra che approcci più radicali funzionano.

Di Vincenzo Augello