Google spinge gli utenti Brave verso Chrome con trucchetti da quattro soldi

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Più o meno da una settimana molti di coloro che usano Brave si lamentano di dover subire un seccante ciclo di verifica, sul modello Google-CAPTCHA, per la pagina che stanno visitando o nel cercare di accedervi.

Sviluppato da Brave Software, Inc., Brave è un browser web open source basato sul codice sorgente Chromium. Brave è diventato molto popolare tra gli utenti perché blocca gli annunci per impostazione predefinita e i tracker malevoli dei siti web. Aiuta anche a risparmiare l’uso della banda e della batteria dello smartphone, questo perchè taglia gli script pubblicitari prima ancora che vengano caricati.

Lo screenshot, sopra, mostra i diversi tipi di tracciamento che avvengono online, e il colosso dei tracker internet Google non sembra affatto contento di questa nuova modalità di navigazione che, tra l’altro, offre trasferimenti in criptovaluta tramite BAT (Basic Attention Token) garantiti dalle più avanzate tecnologie blockchain. Così il gigante di Mountain View si è messo all’opera con un’iniziativa low cost per spingere gli utenti a cambiare browser.

Google Chrome in genere viene considerato non sicuro rispetto alla privacy, anche quando si adopera la funzione in incognito, dato che Google ha l’indole di ficcare il naso nei dati degli utenti. Chrome infatti tende a memorizzare bit di navigazione, che possono essere consultati in qualsiasi momento da Google e da hacker esperti.

Brave invece offre un’esperienza di navigazione sicura e privata, anche se da qualche tempo in tanti si sono ritrovati ad affrontare i CAPTCHA di Google in molte pagine html. Il bello è che quando queste pagine vengono aperte con Google Chrome o con Mozilla Firefox, di verifiche di controllo CAPTCHA  ce ne sono a malapena. E’ facile quindi sospettare che Google stia giocando sporco, cercando di convincere parte della community della startup californiana a passare all’uso di Chrome e Mozilla.

Sappiamo infatti che Google finanzia gran parte dei progetti Mozilla, e non sarebbe una sorpresa se si scoprisse che in qualche modo la Mozilla Foundation deve rendere conto al gigante dei motori di ricerca. Per farla breve, se Google chiede a Mozilla i dati degli utenti, glieli deve dare, perché i fondi di finanziamento provengono soprattutto da Google. Brave, invece, non ha alcun obbligo nei confronti di Mountain View, non è obbligato a fornire nulla, nè a dare accesso alle sue banche dati, peraltro protette erga omnes e rese inaccessibili dalla blockchain di Ethereum.  

Lo scandalo in corso dei CAPTCHA è una mossa inquietante, e anche per questo Google deve rimanere nel mirino delle leggi antitrust. L’azienda di Mountain View in effetti non ha interesse a tutelare i dati personali di navigazione, ha violato in passato la fiducia delle persone e per questo dovrebbe essere ritenuta responsabile delle sue azioni. Tuttavia, già in queste ore, il team di sviluppatori open source guidato da Brendan Eich sta cercando una soluzione.

Di Vincenzo Augello