Il brutto del trading

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Quando ci si trova in guadagno solitamente si è felici e soddisfatti, ci si nutre di sensazioni positive, tenendo conto che la felicità e il sentirsi realizzato sono le due premesse per ottenere buoni risultati dall’attività di trading retail.

Infatti, il trader privato, in linea di massima, dovrebbe utilizzare i mercati finanziari come uno strumento che integra il proprio reddito e non come lavoro primario. Il trading di fatto può generare forti tensioni emotive, ad esempio un trader dopo aver chiuso in profitto un’operazione al rialzo, si accorge che i prezzi proseguono nella salita, saltando oltre il take profit che ha predisposto.

In questi casi, non si può immaginare che il mercato finirà di correre verso l’alto dopo aver colpito il nostro target fissato al computer, o che dopo averlo raggiunto i prezzi invertano la loro traiettoria al ribasso.

Per cui succede che se le quotazioni seguitano a salire l’operatore avido avvertirà una sensazione di infelicità nonostante abbia incassato prima un guadagno, provocata dal non aver monetizzato di più sfruttando il trend precedente.

Questo modo di reagire è deleterio per la nostra attività di trading: se non si riesce ad essere contenti quando si guadagna, di certo non lo si può essere neanche quando si subiscono delle inevitabili perdite, con l’effetto che il lavoro del trader ad un certo punto assumerà la sagoma di un incubo, fino a garantire solo emozioni negative che penalizzano le capacità di analizzare il mercato con la necessaria serenità che il quadro grafico di un asset richiede.

Il lavoro del trader in realtà deve risultare un impegno piacevole da un punto di vista pratico, e soprattutto da quello emotivo. Se un operatore privato è sempre insoddisfatto perché non ha raggiunto il massimo profitto o perché ha subito uno stop loss, che è assolutamente fisiologico in questo tipo di mestiere, gli esiti e le emozioni che rimbalzano dalle piattaforme non potranno mai essere costruttivi.

Di Vincenzo Augello