Il problema di chi si impossessa della nostra vita online è urgente: Brave è una soluzione

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Una settimana fa è  stato il quattordicesimo Data Protection Day. La data ricorda il 28 gennaio 1981, giorno della sottoscrizione della Convenzione per la tutela dei dati personali, promossa dal Consiglio d’Europa. La ricorrenza ha offerto e offre l’occasione per riflettere sulla situazione delle aziende e degli utenti europei riguardo alla privacy. La Rete è sommersa da storie orribili di intrusioni, di hackers e di violazioni della privacy. Qualche decennio fa, l’idea di condividere informazioni personali online avrebbe sconvolto la maggior parte di noi, oggi però è vero il contrario e la condivisione di immagini ed abitudini sembra diventata una necessità.

Nel bene e nel male, il flusso di informazioni che condividiamo è aumentato in modo esponenziale, potenziando quello che oggi è il business creato sull’economia del controllo. Pensate che persino il vostro software antivirus potrebbe leggere ed utilizzare la vostra cronologia di navigazione sul web.

Sono state introdotte nuove leggi, come il Regolamento generale sulla protezione dei dati dell’UE (GDPR), per infliggere sanzioni più severe alle aziende lassiste nelle pratiche di trattamento dei dati. Ad oggi, sono state inflitte 199 multe per un totale di 116.644.629 euro, con la più grande di 50.000.000 euro comminata a Google. Assistiamo quindi ad una crescente attenzione per garantire che i nostri dati non solo siano sicuri, ma anche utilizzati in modo più equo, obbligando le aziende che producono software a standard più severi.

L’anno scorso, i dati personali di 210 milioni di utenti di Facebook, compresi i numeri di telefono, sono stati lasciati esposti su server non protetti. Quest’anno, uno studio ha scoperto che applicazioni per il dating come Tinder, OKCupid e Grindr condividevano specifiche come la posizione GPS e la sessualità.

Sempre Facebook nel 2019 è stato sotto tiro per aver raccolto i contatti e-mail di 1,5 milioni di persone a loro insaputa e senza il loro permesso.

Ma non basta. Molte delle comunicazioni fatte attraverso alcuni dispositivi vocali vengono sistematicamente passate ai programmatori delle aziende proprietarie al fine di migliorare gli algoritmi e l’intelligenza artificiale dei software. Apple poi pare abbia abbandonato il progetto che consentiva agli utenti di iPhone di criptare il backup dei loro dispositivi con il servizio iCloud, dopo che l’FBI si è lamentata del fatto che l’aggiornamento avrebbe danneggiato le procedure per le indagini.

Ciò che propone Brave software non è uno strumento per alimentare gratuitamente la paura delle persone sul problema. L’obiettivo del team californiano non è fermare la condivisione perché è ben consapevole che non è la soluzione.

Brave browser dà alla gente la possibilità di scegliere online, in modo che possa iniziare a capire quali società hanno i dati, in modo che possa esercitare i propri diritti con un semplice clic. L’impegno ideologico della community e dei sostenitori della blockchain e del decentramento delle informazioni, spiega i pericoli della centralizzazione, un bersaglio troppo facile per la criminalità informatica .

Progetti crittografici come Brave stanno già aiutando a proteggere i dati degli utenti; il browser incentrato sulla privacy blocca di default il tracciamento online e premia gli utenti per aver guardato gli annunci pubblicitari, asettici e non invasivi, con Basic Attention Token (BAT). Lo scorso novembre, Brave ha raggiunto i 10,4 milioni di utenti attivi mensili, raddoppiando la sua base utenti anno dopo anno. “L’ondata sulla difesa della privacy continuerà a crescere“, ha dichiarato giorni fa il co-fondatore di Brave, Brendan Eich, aggiungendo che: ”gli attori del capitalismo del controllo cominceranno a subire la pressione degli utenti che chiedono un approccio privacy-by-default“. (Di Vincenzo Augello).

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