Pechino vieta Bitcoin ma il mining made in Cina continua

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Il ban imposto da Pechino a tutte le attività su criptovaluta è stata una notizia quest’anno, ciò nonostante molti miner non se ne sono andati e tanti altri, in segreto o sotto copertura, seguitano a fare mining di Bitcoin all’interno della più estesa regione asiatica.

In Cina quindi viene gestito un ecosistema cripto underground che teme la vigilanza e la repressione da parte delle autorità della repubblica popolare cinese.

Il mining di resistenza

L’estate scorsa si è rivelata piuttosto turbolenta per Bitcoin, soprattutto quando la valuta digitale numero uno al mondo è stata colpita da nuove e severe leggi del paese guidato da Xi Jinping. Le norme di chiara natura proibizionista sono state giustificate con la necessità di assumere un atteggiamento più green rispetto alle emissioni di CO2 che devastano l’area della seconda potenza economica del Globo.

La decisione ha pesato molto su BTC che ha perso quota, ma ad un certo punto si è dimostrata sventurata per la Cina stessa, considerando che il territorio orientale ospitava tra il 65 e il 75 per cento delle imprese mining attive in tutto il Pianeta e che beneficiava di profitti da questi progetti.

Non tutti però hanno ceduto. Uno di loro è sulla Rete con il nickname di Kirk ed estrae Bitcoin nella provincia cinese dello Sichuan, nella speranza di non essere mai “beccato”. Il miner infatti per evitare di essere scoperto ha disseminato il suo hardware in diversi siti in modo da dissimulare ogni singola operazione, e in una recente intervista ha detto:

Non sappiamo mai fino a che punto il nostro governo cercherà di reprimere… di spazzarci via

Kirk comunque non è solo. Un aggiornato rapporto della società cinese di cybersecurity Qihoo 300 dimostra che il mining è ancora solido in Cina e si fonda su gruppi clandestini che operano in segreto. A novembre sono stati contati circa 109 mila indirizzi cripto, la maggior parte dei quali sono stati localizzati nello Shandong e in Guangdong.

La prova è dunque sotto gli occhi di tutti, il cripto mining è sopravvissuto grazie a fazioni contestatrici, pseudo-rivoluzionarie, che trovano forza nelle incertezze che hanno contraddistinto il processo legislativo che ha portato al divieto del mining. Dopo tutto la censura non è il primo attacco della Cina alle criptovalute e, se anche meno convinta, pressione sulle tecnologie blockchain c’era già stata.

Tutto per lo Yuan digitale

Fred Thiel, CEO di Marathon Digital Holdings, afferma che il tutto è un modo per porre fine alla concorrenza allo Yuan e alla forma digitale della valuta di corso legale, che dice:

Il governo cinese sta facendo tutto il possibile per assicurarsi che Bitcoin e le altre criptovalute spariscano dai sistemi finanziari e dall’economia della Cina. Parte di questo è garantire l’adozione della valuta digitale della banca centrale cinese

Di Vincenzo Augello


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