L’esodo dei miner dalla Cina rilancia l’hashrate di Bitcoin

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I minatori di criptovaluta cinesi stanno inizializzando attività di mining nei paesi limitrofi come la Russia e il Kazakistan. Di conseguenza, tornano in rete con l’intenzione di minare nuove unità di bitcoin, fino a rilanciare nuova e collaudata concorrenza ai miner americani o di stanza in altre regioni del Globo.

I miner cinesi piazzano nodi altrove

Non molto tempo fa, Pechino ha decretato che tutto il mining in Cina è vietato, sostenendo che i rischi derivanti dall’estrazione di bitcoin sono troppo pesanti da sostenere. Questa almeno è stata l’argomentazione a sostegno del ban di BTC nella principale regione asiatica e diversi analisti, manager dell’industria e imprenditori hanno ribadito che in un modo o nell’altro, il processo di estrazione delle cripto fa danni irreversibili all’ambiente e al pianeta.

La decisione è stata condivisa anche da importanti protagonisti occidentali del settore. Elon Musk, per esempio, negli Stati Uniti, nonostante in un primo tempo stesse per accettare pagamenti in bitcoin per le sue auto elettriche, subito dopo ha fatto dietrofront preoccupato per gli effetti del cripto-mining sull’habitat della Terra.

Musk disse infatti che quando i minatori utilizzeranno energia più verde e se le emissioni CO2 diminuiranno, prenderà in considerazione il ripristino della politica di accettazione dei bitcoin per il pagamento dei suoi veicoli.

Pertanto, gli aspetti e i problemi del green legati alle scorie indirettamente prodotte per il consumo di energia elettrica dell’hardware dei nodi Bitcoin, secondo la repubblica popolare cinese sarebbero ora recisi, e così il governo di Pechino ha fatto il passo necessario per mandare a gambe all’aria le aziende di mining made in Cina.

Il paese, ufficialmente, ha cacciato via tutti i minatori di criptovalute, e quella che una volta era l’area di emissione di bitcoin più importante al mondo si è trasformata adesso in un vasto territorio tecnologicamente desolato.

Il prezzo di Bitcoin recupera ?

Tuttavia, i miner d’oriente non sembra abbiano voglia di arrendersi, tanto che pur avendo perso le basi logistiche native, stanno trovando nuovi modi per rimanere nel giro d’affari legato al re delle criptovalute.

Molti si sono trasferiti in altri paesi che non vietano il mining, ma anzi accolgono ben volentieri i progetti su blockchain, il che potrà consentire di riportare bitcoin alla giusta velocità di emissione.

Di fatto, la valuta digitale più capitalizzata ha recuperato oltre l’80% del suo hashrate, perso dopo la censura in Cina e, se guardiamo ai numeri, un salto di oltre il dieci per cento è considerato di per sè un passo avanti considerevole.

Ciò potrebbe anche spiegare perché il prezzo di Bitcoin ha compiuto un importante recupero nelle ultime settimane, dopo che l’asset virtuale è sceso più del 50 per cento a causa del caos e delle turbolenze seguiti all’esodo dei minatori cinesi.

Bitcoin a giugno è stato scambiato sotto i 30.000 dollari, un calo enorme dal massimo storico di 65.000 dollari, ma ora le cose parrebbero prendere la giusta piega e l’iniziativa transfrontaliera dei compagni cinesi lascia ben sperare..

di Vincenzo Augello