PBOC dice che in Cina Bitcoin è finito

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La banca centrale in Cina (PBOC) ha rilasciato di recente un rapporto in cui sostiene che il volume globale delle transazioni bitcoin della repubblica popolare cinese è sceso dal 90 per cento al dieci per cento.

Bitcoin caduto in Cina ?

L’istituto di politica monetaria e la Cina hanno lavorato alacremente nell’ultimo anno per fare in modo che né bitcoin, né il trading di criptovalute trovino posto all’interno della loro estesa area di competenza, ed è probabile che questo dieci per cento scenda ancora di più nei prossimi mesi.

Nei fatti, la Cina ha sorpreso tutti quando l’estate scorsa ha annunciato che BTC e mining sarebbero stati considerati fattispecie illegali nel suo territorio, il tutto nella volontà di stabilire nuove regole che la capitale Pechino impose in materia di protezione dell’ambiente.

Di lì in poi il mining di bitcoin, ritenuto responsabile dell’inquinamento dell’aria, non è stato più consentito e chiunque nella nazione orientale viene adesso sorpreso in questo genere di attività affronta gravi conseguenze penali.

Si è trattato di un drastico dietrofront da parte della seconda potenza economica del pianeta, un vero e proprio shock per l’intero settore, visto che rispetto all’offerta mondiale la Cina ospitava tra il 65 e il 75% dei progetti di cripto validazione.

In verità, non andrebbe dimenticato, che la frenetica nazione dell’Asia orientale si è rivelata in passato un potente sostenitore del re delle cripto, sede peraltro di Bitmain e di Canaan Creative, due dei più importanti produttori e rivenditori al dettaglio di hardware per il cripto mining.

Il crollo del mining in Cina ha dunque indotto trader e analisti a chiedersi cosa ne sarebbe stato delle due importanti società hitech. Avrebbero chiuso definivamente le saracinesche e si sarebbero trasferite in Texas e Florida come stavano e stanno tuttora facendo molti altri miner cinesi ?

Si pensava che le cose sarebbero finite lì, ma non è stato così. La Cina decise in seguito per il peggio e dichiarò che anche ogni tipo di scambio cripto e il business di asset digitali non erano più permessi.

In realtà, temendo che la circolazione di moneta virtuale avrebbe potuto essere in competizione con lo yuan digitale di Stato, Pechino ha cercato di resettare il suo sistema finanziario, e l’unico modo per farlo era quello di eliminare la presenza di criptovalute.

Si potranno sistemare le cose ?

Attualmente, quello che era uno dei paradisi della crittografia si è trasformato in una inaridita landa desolata. Uno scenario avvilente, dove però permane ancora qualche speranza grazie a quel dieci per cento di affari digitali transnazionali alimentati dalla Cina.

Tale frazionale cripto-commercio dimostra la resistenza di miner indipendenti che tentano di cambiare gli assetti finanziari autocratici e di sfidare le regole.

In effetti, sarebbe nell’interesse della Cina tenersi stretta e funzionante l’industria delle criptovalute, date soprattutto le dimensioni e la portata della sua economia, e questo 10 per cento potrebbe financo porre i presupposti per un negoziato.

Di Vincenzo Augello