Tasse e fisco: le norme sulle plusvalenze da criptovalute

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La crescente diffusione del mercato delle criptovalute ha spinto il legislatore europeo, seguito da quello nazionale, a introdurre una prima regolamentazione sulle criptovalute, per ora improntata alla lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo. Nello specifico, la valuta virtuale viene definita come “la rappresentazione digitale di valore, non emessa né garantita da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”.

LA QUESTIONE FISCALE

Le entità di valore, anche prive di un corrispondente fisico e quindi virtuali, attirano le attenzioni del fisco. Così, il successo degli investimenti in criptovaluta che beneficia ed ha beneficiato il pubblico dei risparmiatori, non ha lasciato indifferente i vertici dell’amministrazione fiscale italiana. Ai fini tributari, le operazioni di compravendita di criptovalute, secondo l’ente che si occupa della gestione delle entrate in Italia, rappresentano un’operazione fiscale esente da Iva ma soggetta a tassazione ordinaria per quanto attiene l’Ires e l’Irap. Questo in base alla risoluzione dell’Agenzia delle Entrate numero 72 risalente al 2 settembre del 2016.

LA TASSAZIONE IN CAPO ALL’INVESTITORE PRIVATO

La risoluzione citata stabilisce la non imponibilità di eventuali plusvalenze generate dall’acquisto di criptovalute in quanto manca il fine speculativo. Il legislatore italiano ha deciso infatti di tassare solo il capital gain derivante da valute estere acquistate o detenute per finalità di investimento (pensiamo al forex). In quest’ambito vengono riconosciute e detenute a scopo speculativo solo le valute estere cedute a termine o provenienti da conto deposito o conto corrente con giacenza di almeno sette giorni lavorativi e superiore a 51.645,69€. Di conseguenza, in base a questa normativa, non essendoci  né cessione a termine, né deposito, la differenza tra il valore d’acquisto e il valore al momento della conversione di una criptovaluta non è una base imponibile.

Tuttavia, poiché la legge non riconoscere natura monetaria alle criptovalute, la fattispecie fiscale applicabile potrebbe essere anche quella prevista dalla lettera c-quinquies del comma 1)  dell’art 67 TUIR, ovvero di “strumento finanziario da cui possono essere conseguiti differenziali positivi o negativi in dipendenza di un evento incerto” e quindi considerare Bitcoin, Altcoin e Tokens come titoli non rappresentativi tassabili.

In entrambi i casi, troverebbe applicazione l’imposta del 26% prevista per le plusvalenze finanziarie e, in caso di gestione amministrata delegata al Broker o ad un Exchange, questi ultimi, in qualità di sostituti d’imposta, dovrebbero applicare la ritenuta. L’applicazione della ritenuta comporterebbe una riduzione dei profitti dell’investimento e l’ obbligo di compilare e di inviare il modulo 770 agli intermediari finanziari.

Vista l’incertezza della regolamentazione fiscale è preferibile accogliere con cautela il contenuto della Risoluzione dell’Agenzia dell’Entrate del 2016, considerando l’alea di una tassazione delle plusvalenze sulla base della definizione di criptrovaluta come strumento finanziario diverso ed alternativo alla valuta tradizionale. (Di Vincenzo Augello).